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Aggiornamento alla classifica

domenica, 13 gennaio 2008 01:41 in Grande scherno

Bon, solo una nota, che non mi va di scrivere un post vero e il film non si merita neanche un'immagine.
Saltato Cous Cous perché la sala era strapiena (applausi ai gusti del pubblico), sono finito a vedere fuori tempo massimo quella robetta bruttamente didascalica, retorica, prevedibile e - in fin dei conti - ottusa di Nella valle di Elah.

Ecco,
oltre ad avere un finale agghiacciante vince d'autorità il Premio speciale "Se ti è piaciuto questo film ci sono forti probabilità che io e te non abbiamo nulla a che spartire" (e mi perdonerà Ohdaesu se glielo rubo).


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Caramel (farà un po' male)

venerdì, 11 gennaio 2008 10:23 in Grande scherno

In Libano la ceretta viene fatta con un impasto molto simile al caramello. Puoi mangiarlo, ed è dolce. Puoi usarlo sulla pelle, e strappato via fa male.
In questa metafora di partenza c'è già Caramel, che segue un gruppo di donne, amiche che lavorano nello stesso salone di bellezza, e le loro vicende personali, gli amori più o meno contrastati e disastrati, le cose che non vogliono ammettere a se stesse o che faticano ad affrontare.
E dolcezza e dolore vengono dosati molto bene dalla bella sceneggiatura, che porta avanti le diverse trame senza condurle verso un lieto fine posticcio, ma lasciando che ognuna segua il suo corso - verso un finale positivo, negativo, o semplicemente aperto.
Questa naturalezza è il punto più forte di questo Caramel (e in questo senso mi sembra che non cerchi né voglia essere almodovariano, come si legge da diverse parti), la naturalezza per esempio del dialogo al buio di una stanza di un albergo a ore trasformata in un nido d'amore rimasto vuoto, in cui a parlarsi e guardarsi non saranno Layale e il suo amante, ma lei e le sue amiche tra lacrime, risate, una torta malriuscita e un matrimonio che rischia di saltare.



Ne esce una commedia divertente e delicata, ben dosata e ben scritta, che non dice nulla di nuovo ma lo dice bene - ed era ora che giungesse anche da noi una visione diversa di quelle terre, e soprattutto che giungesse grazie a un film consapevole e ben costruito come questo.
Almeno due scene veramente belle - la telefonata immaginata e il dialogo tra madre e figlia, inquadrato dall'esterno di una stanza, con la figlia visibile e la madre nascosta dal vetro smerigliato della porta, due mondi e due tempi diversi legati in un'unica famiglia e un unico Paese.

Sono questi piccoli tocchi, questo sguardo leggero e intelligente a fare di Caramel un film assolutamente riuscito. E soprattutto è la storia lesbica, giocata quasi senza una parola, attorno a qualche sguardo, a qualche impaccio, a dei lunghi capelli neri lavati e infine tagliati, forse non per cambiare tutto ma almeno per sentirsi diversi e scoprire una nuova libertà.

Un film che sa seguire i suoi personaggi con affetto, lo stesso affetto di quell'uscita quasi chapliniana, di quella dedica finale "A mon Beyrouth".
(e un film, per inciso, che piacerà molto a Unodipassaggio)


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Tanto smetto quando voglio

giovedì, 10 gennaio 2008 14:21 in A 2.0 life

(cioè, conoscendomi, prestissimo)

Boogiestreet - Il Tàmbler

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Fuori i nomi

lunedì, 31 dicembre 2007 14:19 in Grande scherno

Ed eccoci giunti anche a fine 2007, un anno in cui voi, amati lettori, avete visto tantissimi film belli e brutti, mentre io ho visto talmente poca roba che riduco la classifica a cinque film in tutto, che mi sembrerebbe ridicolo pensare di metterne in fila dieci, se penso a tutti quelli che non ho visto o che ho visto male, come L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford. E poi metterne meno di dieci fa molto snob.

La seguente classifica è fornita, su suggerimento di Unodipassaggio, in Pa
y-per-post: se proseguite nella lettura vi prego di mandarmi 0.95 euro. Per il 2008 forniamo degli economici abbonamenti a soli 9.95 euro per dieci mesi (se volete pure annuale, eh, ma tanto si sa che dopo dieci mesi mi annoio e sto chiuso un po').
Mandatemi pure un messaggio privato per informazioni sugli estremi per fare il bonifico - sarò lieto di avervi tra i lettori anche nel 2008!
Thanks for supportin' independent blogging!

Un po' di nomi, ora. In nessun ordine particolare, davvero (ma fate finta che Lynch e Van Sant si accapiglino furiosamente per il primo posto, e gli altri per quelli dal terzo in giù).



Cinque film

INLAND EMPIRE, di David Lynch




PARANOID PARK, di Gus Van Sant




EASTERN PROMISES, di David Cronenberg




SUNSHINE, di Danny Boyle




IO NON SONO QUI, di Todd Haynes




Tre libri

Calore - Bill Buford

La strada - Cormac McCarthy

Alabama Blues - Tom Franklin


Un disco

Mirrored - Battles


Veniamo ora al consueto elenco di premi speciali.

Premio speciale Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior a Paranoid Park, di Gus Van Sant
Premio speciale "Mostro grosso" per il miglior film che non ha visto nessuno, a Hot Fuzz, di Edgar Wright, che vince anche i premi speciali Film che più ho consigliato quest'anno e Maggior numero di generi cinematografici frullati in due ore scarse
Premio speciale Toglietegli la macchina da presa prima che sia troppo tardi a Kim Ki Duk per Soffio, che fa incetta di premi portando a casa anche il premio speciale Metafora del cazzo vista e rivista 2007, il premio del pubblico Muori stronzo, e il premio speciale Battuta dell'anno per "Perché ti scopi un assassino, vuoi ferire la mia autostima?"
Premio speciale Cameo dell'anno al menestrello Nick Cave in "L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford". Il film vince anche il premio per il Titolo più bello dell'anno
Premio speciale Bentornato a David Cronenberg per Eastern Promises, per il primo film suo che mi convince fino in fondo da troppi anni a questa parte
Premio speciale "Marlboro Man" per il miglior inno al tabagismo a Viggo Mortensen per IL MODO DEFINITIVO di spegnere una sigaretta
Premio speciale Molto rumore per nulla a Borat, di quello là. Giuro, mi ero dimenticato che esisteva, questo film
Premio speciale Pensavo fosse amore invece era una botta e via a Le vite degli altri di Quello-col-nome-lungo
Premio speciale "Ray Charles" per il miglior film che non ho visto a Ratatouille di Brad Bird
Premio speciale Non ho visto neanche il film di questo, ma a prescindere BASTA a Quentin Tarantino
Premio speciale R.I.A.A. per il miglior film visto grazie a Adunanza a Night and the City di Jules Dassin
Premio speciale Peggior cosa che sia mai passata in televisione dalla sua nascita a The cat in the hat di Qualcuno
Premio speciale Gioco dell'anno al GiocaJouer in cui Cecchetto grida solo "Lynchiano!"
Premio speciale Post di cui mi compiaccio all'Inland Empire Aggregator. Sì, insomma, quello dove ho scritto meno.


(ovviamente la cosa del pay per post non è vera, non vi chiedo 0.95 per un post e 9.95 per dieci mesi.
It's up to you).

E auguri, ovvio.


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Così tante cose da dire e così poco tempo per.

lunedì, 22 ottobre 2007 00:39 in Piccolo scherno

Latito, lo so, ma tanto è una condizione esistenziale.
Per non farvi sentire troppo la mia mancanza (mentite, per carità), vi segnalo una potenziale droga per il nuovo millennio.

bmovies.com

Enjoy.

(nota: può dare problemi con qualche browser. Sul mio Firefox 2.0.0.8 sembra andare liscio, ma so di altri a cui è crashato. In ogni caso, merita un giro. E un altro, e un altro).


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Sorprese (mangia la mia polvere, Shrek)

lunedì, 08 ottobre 2007 00:36 in Piccolo scherno

E poi dicono della scorrettezza politica dell'orco affetto da meteorismo.
Crepa d'invidia, qua c'è roba ben più saporita. Disney, per giunta (mica me la ricordavo, io, questa scena).



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Calore (due etti, di quello buono)

domenica, 07 ottobre 2007 01:14 in Nero su bianco

Non volevo essere uno chef, ma solo un cuoco. E le mie esperienze in Italia mi avevano insegnato perché. Per millenni, gli esseri umani hanno saputo come preparare il cibo. Hanno osservato gli animali e capito cosa farci, hanno cucinato con le stagioni e sviluppato una sapienza contadina su come funziona il pianeta. Hanno conservato le tradizioni alimentari, tramandandole di generazione in generazione e arrivando a concepirle come espressioni della loro famiglia. Oggi la gente non possiede più questo tipo di conoscenza, anche se sembra importante quanto la terra stessa, e in effetti ormai chi la possiede in genere è un professionista, uno chef. Ecco, io quelle conoscenze non le volevo per essere un professionista, ma solo per essere più umano.


Buford è stato per anni editor di Granta, poi editor della fiction del New Yorker.
Sì, insomma, uno che la scrittura sa cosa sia.
Un bel giorno molla tutto e va a fare da sguattero nella cucina del miglior ristorante italiano di New York. Da lì arriverà in Italia per imparare a fare la sfoglia, per poi finire in Toscana a lavorare con un macellaio allo scopo di capire meglio i tagli di carne.

Calore è il resoconto di questi anni, qualcosa a cavallo tra memoir, biografia di Mario Batali (personaggio bigger-than-life chef di Babbo) e spaccato sociale.
Un libro capace di passare in poche pagine dalla ricetta delle guance di bue alla situazione dei latinoamericani a New York, per poi attraversare l'oceano e parlarti di Porretta Terme e di come la sfoglia tirata a mano si ricolleghi alla tradizione e all'anima di un popolo. E facendoti ridere, nel frattempo.

Una visione della vita senza inutili intellettualismi, e un romanzo raffinato scritto con leggerezza, il sorriso sulle labbra e una sottile tenerezza.
O, in poche parole, un libro di una bellezza e intelligenza commoventi.


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A guide to recognizing your saints (they listen to Journey!)

sabato, 29 settembre 2007 17:44 in Grande scherno

Cielo, macino da due settimane questo post senza trovare modo di metterlo veramente nero su bianco.
Che in sé a dire la verità è anche semplice, dato che il film di Dito Montiel è facilmente riassumibile esclamando a mezza voce "Oh, the angst!", tale è l'angoscia e la frenesia che lo scrittore/regista/personaggio mette in scena.



E' vero che non c'è nulla di nuovo, che è in fondo una storia di disagio e bassifondi come tante già uscite dal cinema americano.
Eppure, se a Soffio rimproveravo la maniera e l'assoluta mancanza di urgenza che lo animava, qui tutto è mosso da una forza esplosiva e al contempo sommessa. Vite buttate si susseguono e si intrecciano, con un fatalismo di fondo solo a tratti infranto dalla consapevolezza di essere incatenati da ferri invisibili.
Amicizia virile, il destino che ti insegue, la fuga impossibile - una vita che si capisce solo guardando indietro, restando commossi e attoniti quando realizzi come sei diventato ciò che sei, in un anticlimax asciutto che in un istante raccoglie in sé tutto il film e rimanda a quell'incipit altrettanto penetrante.
Forse troppo frammentato, sicuramente imperfetto, ma capace di rimanerti attaccato addosso a lungo.

Infine, per la categoria Essere donna oggi, va detto che ogni metro di pellicola in cui compare Robert Downey Jr. è a prescindere uno dei metri di pellicola più belli di sempre - anche se so bene che "le sgarzole della mia età amano Shia LaBeouf" (cit.
)

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Tendo alla monomania, lo so

sabato, 15 settembre 2007 17:06 in Piccolo scherno

Dato che, come dice Kekkoz, mi sto dedicando a ogni cosa mai fatta dalla HBO, perché non citare questo articolo di Salon?


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Io non sono qui (il linguaggio dei segni)

mercoledì, 12 settembre 2007 16:01 in Grande scherno

(appunti su un film che meriterebbe ben altra analisi)

Via il dente da subito: Todd Haynes unisce il biopic musicale di Velvet Goldmine e l'estetica curatissima di Far from Heaven e firma un film splendido. Non tanto il suo capolavoro, ma forse proprio un capolavoro tout court, e certamente uno dei migliori film dell'anno. Un film che probabilmente segnerà un punto importante in questo suo essere, in maniera quasi inattesa, corpo alieno, come a un corpo alieno assomiglia sempre più tutto il cinema di Haynes.
Si parte da un'intuizione. Non geniale in sé, ma genialmente cinematografica. Scindere una personalità e osservarla attraverso il prisma di tante altre, di tanti volti ed esperienze, ma di un solo sguardo sul mondo. Se io è un altro, allora io è un ragazzetto nero fuggito per portare un fiore a Woody Guthrie, è Arthur Rimbaud interrogato, è un cantante folk rinato pastore protestante, è l'attore smarrito che ne interpreta la vita, è Billy the Kid della contea di Enigma. E' Cate Blanchett, mesmerizzante e immensa.




E' un circo di freak e simboli e morte e segni, in cui custodire segreti eterni, in cui affondare per avvolgersi nel caos e in quel gran casino di roba che c'è. Tutto si richiama in continuazione, con uno strano effetto - appunto - prismatico, come se l'insieme del film fosse irrimediabilmente frantumato eppure fosse sempre percepibile il suo provenire da un corpo unico. Il biopic per Haynes diventa osservare la vita di un uomo come cinema nel suo farsi, e questo accumularsi di cinema, di finzione, porta a pochi secondi in cui tutto si somma nella realtà di un Bob Dylan - lui, stavolta - sgranato in un primissimo piano di assoluta dolcezza.

Il percorso per arrivare a quel primissimo piano è talvolta obliquo (l'attore, Billy the Kid), altre diretto e potentissimo (tutto ciò che è in bianco e nero, da Rimbaud alla Blanchett): Haynes mescola con libertà filmati d'epoca, ricostruzioni storiche - con una fotografia che porta subito alla mente il precedente Far from Heaven - fino a inserti visionari e barocchi.
Non si ricostruisce una figura unica cercando di sommare episodi e situazioni, ma filtrando tra le righe, cogliendo i rimandi: il film non nasconde nulla, è anzi spesso molto esplicito, ma costruisce un puzzle vastissimo in cui è facile perdersi, con piccoli accenni che immediatamente richiamano altri spezzoni, e la realtà che a tratti fa irruzione (perché se non esiste la politica ma solo il linguaggio dei segni, allora questo cinema diventa necessariamente politico).

Il grande successo di Haynes, e la magia di questo film, è che da una forma così densa e costruita - artefatta, quasi - ne esce una pellicola leggera, una vera ballata per immagini, che lentamente ti prende allo stomaco fino a ridurtelo un groviglio e pugnalarlo nel momento in cui dentro un'automobile lanciata lungo una strada in bianco e nero, Bob Dylan - o chi per lui - ti guarda negli occhi. E si apre in un sorriso (se ti guardi negli occhi, guarda da un altra parte).


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Soffio

domenica, 09 settembre 2007 15:14 in Grande scherno

Erano così brutti gli ultimi film di Kim Ki Duk, che così tanta gente è entusiasta di questo esile Soffio?
Era così sbagliato L'arco e così ridicolo Time che ci si lustra gli occhi per concetti banali sentiti mille volte, per un film girato secondo il più vieto stereotipo del "film di Kim Ki Duk"?


Tutto è lì come ci si aspetta, la bella composizione dell'immagine, la miscela di sentimenti e violenza, eppure dov'è l'urgenza in questa storia? Dove sono le vere motivazioni, dov'è che muove l'animo?
Non un brutto film, Kim controlla il materiale su cui lavora, ma lo controlla anche troppo, non c'è respiro, non ci sono colpi d'ala, né sorprese.
Certo alcune scene sono di una certa efficacia, ma questa declinazione su eros e thanatos (o su amore e prigione, se preferite), non dice molto di nuovo e aggiunge poco o nulla all'opera di un regista che fino a pochi anni fa entusiasmava senza ricorrere alla maniera.
Quello di Soffio è un Kim che fa "un film alla Kim", a tratti in modo riuscito, a volte in modo assolutamente dimenticabile e goffo.
Ma è appunto l'urgenza di raccontare questa storia, che manca. Ne esce fuori un film non disprezzabile, ma lontanissimo da altre opere di Kim - che, con il continuo richiamo alle stagioni, mi pare quasi gridare "guardate che sono quello di Primavera, Estate Autunno, Inverno... sono quello bravo, davvero!".
Ma, ecco, da questo Soffio lo si capisce poco.


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Bullshit

sabato, 08 settembre 2007 00:31 in Grande scherno



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Shrek 3 (giù la maschera)

giovedì, 06 settembre 2007 01:45 in Grande scherno

Che dire?

Parlare di Shrek 3 è una perdita di tempo. La saga dell'orco verde butta finalmente via la patina di scipito anticonformismo di cui aveva provato a vestirsi nei primi due episodi per mostrarsi per quello che è sempre stato: la solita fiabetta moraleggiante, con sprazzi di comicità ormai ammuffita, capace solo di fare il verso a se stessa.
La Dreamworks non si limita a citare e parodizzare solo all'esterno, infatti, ma ricicla anche battute dei vecchi episodi - uno su tutti il gatto, ormai ridotto a macchina-che-fa-gli-occhioni.

Non metto l'orco neanche se mi pagate

Un episodio a modo suo di onestà perfetta: Shrek è sempre stato moralista, e stavolta lo dimostra senza fronzoli.
Ma anche un episodio assolutamente pessimo in ogni suo aspetto (eccettuando quello tecnico, ovviamente, ma la spettacolarità tecnica fa ormai ben poca impressione). Una sceneggiatura scritta con il pilota automatico, risaputa e prevedibile al di là di ogni immaginazione, una trama pressoché inesistente, personaggi poco affascinanti e - colpo di grazia per un film del genere - pochissimo divertente.

E se c'è chi progetta un opera di genio come potrebbe essere Wall-E, la Dreamworks si rifugia in giochetti di parole e in qualche occhione luccicoso. E' tutto il modo Dreamworks di intendere l'animazione che è sbagliato, incapace di decidere se strizzare l'occhio agli adulti o fare favole per bambini, in un perenne disequilibrio che pensa che fare animazione "matura" voglia dire inserire continui richiami a film e saghe hollywoodiane.
Ma questo si è già detto troppe volte, ed evidentemente non serve a niente, soprattutto se c'è chi continua a sopportare film del genere, e se continuano a incassare moltissimo (d'altra parte, avendo inondato le sale, come potrebbe essere altrimenti?)

Qualcosa sarebbe anche salvabile, ma davanti a scelte così "facili", a una fiaba così triste e priva d'immaginazione, non ci si può mettere a dire "eh, però quello è carino".
Si prende tutto, e lo si butta via.


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Mostri sotto le stelle

giovedì, 12 luglio 2007 16:36 in A blog is my dj

"Mostri!", mi si dice via messaggio al termine del concerto degli Arcade Fire, "Mostri!", solo perché si è scelto di tuffarsi in macchina e farsi milano-ferrara ferrara-milano toccando un letto alle quattro e mezzo di notte, o padova-ferrara andata e ritorno, o giungere in treno dalle terre toscane e attendere tre ore a Bologna che si facessero le cinque e mezzo di mattina per prendere la coincidenza verso casa.
I mostri saremmo io, lui e lui, e a dirla tutta pure un amico (mi ricordassi il blog!) suo, prima persona che ho visto appena entrato nella meravigliosa piazza del Castello di quel piccolo gioiello che è Ferrara.
Ritorno un attimo sul secondo lui della frase sopra, dato che a coronare un concerto a dir poco eccezionale ho pure finalmente (ed era anche un po' ora) conosciuto UnSicilianoDiPassaggioAPadova, e mi ha fatto davvero un'infinità di piacere.



Keep the cars running interrompe la lunga attesa, e da lì si parte, per un'ora e mezzo o poco più, la piazza gremita e sul palco corni, violini, neon, fisarmoniche e mille altre cose.
Ora e mezzo che passa con un'intensità travolgente, pezzi che dal vivo hanno un impatto diverso e molto amplificato rispetto al disco, una Regine che è un adorabile personaggio naif, persa in mille smorfie una più bella dell'altra, gente che passa passa mille strumenti, che suona caschi, neon, che intona cori, che chiede al pubblico di continuare come un mantra il coro di Rebellion(lies), al buio, con solo le bibbie al neon illuminate, le mura del castello a chiudere la piazza, e un coro che continua e continua, fino a quando non rientrano tutti, e parte una delicatissima My body is a cage.
C'è da dire che se fossero riusciti a infilare in mezzo anche In the backseat sarebbe stato il concerto perfetto, ma poco importa.
E' comunque stato straordinario: la prossima volta vedete di esserci tutti.



P.S.: questo post è dedicato a chi era a bersi un bicchiere di vino ieri notte, e soprattutto a uno che non c'era, e credo gli altri capiranno perché. Infine, il vero eroe della serata è stato probabilmente il bassista degli A Classic Education - il (bravo) gruppo di supporto - araldo di un mondo nuovo in cui le droghe fanno parte della corretta dieta quotidiana.


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Paranoid Park - scrivilo a me

sabato, 23 giugno 2007 18:57 in Grande scherno

"Non penso mai a me stesso come regista, penso di essere uno dei peggiori registi esistenti. Io non conto, non faccio nulla. Sono responsabile del film nella misura in cui ne sono responsabili tutti gli altri. Per me i film hanno poca importanza. È la gente che è più importante"
John Cassavetes

Come nel caso del grandissimo Cassavetes, anche i film di Gus Van Sant, che ne è forse il vero erede, vibrano di vita, una vita che scorre nella sua banalità ma che Van Sant osserva in quanto unica.
Osserva e non giudica, si è già detto mille volte. Osserva e basta, distaccato eppure empatico, amando i suoi personaggi e le loro vite, tra indifferenza, giorni strascicati, genitori incapaci, quasi bambini.



Paranoid Park riesce allora a essere romanzo di formazione senza romanzo, crescita violenta cristallizzata in un istante. Non sono pronto ad andare a Paranoid Park, non sono pronto a crescere, e in fondo nessuno è mai pronto a farlo, eppure accade, e Gus lo guarda accadere, affascinato come quando l'immenso Chris Doyle sgrana in super8 le tavole da skate, o geniale in maniera semplicissima, quando l'uscita dall'ufficio del preside diventa una faticosissima avanzata al rallentatore, pesante e angosciosa verso un futuro ignoto che resta fuori campo.
Allo sguardo si aggiunge una scelta musicale che acquista forse ancora più forza che nei film precedenti, e recupera molte musiche felliniane - soprattutto da Giulietta degli Spiriti - rendendole assolutamente inscindibili dalle immagini, quasi parlanti, come nella rottura del rapporto tra Jennifer e Alex, in cui non ci è dato di sentire il dialogo, ma solo la musica di Rota.

E se l'amore incondizionato per Elephant mi fa forse preferire quella storia di adolescenze, Paranoid Park è per molti versi un passo ulteriore proprio perché si sofferma su qualcosa di ancora più fragile e quotidiano, riuscendo a raggiungere un'intensità emotiva e una penetrazione psicologica straordinarie con un pudore estremo.

Già da ora uno dei film dell'anno.


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